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Racconto di Roberto Giublesi giublo@tin.it

Prima del tuffo all’indietro l’ultimo sforzo per infilare il jacket imbottito di piombo, al moschettone la torcia e dietro la tua unica riserva d’aria. Uno splash in uno scenario surreale scalfito solo dal fievole rumore delle onde gentili che si appoggiavano dolcemente sulla scogliera di punta… il paesaggio in lontananza della bellissima Rapallo si mostrava con tutta la sua mesta mestosita’ e solo il faro che avevamo sopra di noi ci dava un segno di civiltà o meglio un segno che eravamo soli li a due passi dal mondo civile ma ad anni luce dalla vita reale. Regnava il silenzio mentre la erre moscia dell’esperto Klivio (l’istruttore) si udiva in sottofondo mentre impartiva le ultime direttive una sorta di water briefing notturno… l’adrenalina saliva e noi dopo il segnale giù nel blu: torce accese e corrugato in mano siamo a 27,5 metri. Le circa 4 atmosfere che comprimono ogni parte cava del corpo sembravano essere sparite stava emergendo il super uomo. Gli stessi compagni con i quali fino a pochi minuti prima avevi mangiato parlato e scherzato erano tutti li silenziosi con le torce che come pupille impazzite cercavano di carpire col fascio luminoso una qualsiasi forma di vita o forse solo di delimitare l’ambiente. Eravamo più situazioni nello stesso momento, eroi, subacquei, incursori, esploratori .. chi provava forse paura chi forse preoccupazione ma tutti di certo stavano ammirando il paradiso nel quale ci eravamo tuffati. Era la mia prima notturna ma non ci pensavo, continuavo a scrutare ogni antro di roccia consumando un sacco di aria per riuscire ad incontrare un essere vivente e mano a mano che li incontravo mostravano sempre meno avversita’ e sempre più amicizia. Si l’accoglienza fu ottima  degna di una cena ufficiale all’ambasciata. La natura danzava con la fievolissima corrente e stavamo osservando un ciclo vitale della natura che dura semplicemente da milioni di anni!!! Esseri minuscoli che con gesti ben precisi si preoccupavano solo di sopravvivere, alghe  capaci di attendere vigili ma immobili la preda con i loro fatiscenti colori… pesci grossi e piccoli a caccia di cibo e ad un tratto un ammasso di roccia vivente: un enorme polipo! Si e’ così che appare sembra roccia viva. Poi si vedono gli occhi con le spesse palpebre che alla forte luce delle alogene si stringevano come quelle di un neonato… faceva tenerezza. Non nascondo la voglia di morderlo he he sembrava soffice e gustoso ma la sua sconcertante grazia nel danzare di fronte a noi quasi come per darci il benvenuto ha ben presto trovato il rispetto di tutti. Si mostrava davanti alla telecamera del pittato con la presunzione della Carra’ e ripreso in primo piano con buona maestria (l’attrezzatura possente non e’ così docile) sembrava essere solo infastidito dalla luce ma non da noi… quasi a dirci benvenuti in un mondo dove anche voi siete spettatori potrete uccidere me magari ma questo e’ un regno che non vi appartiene ma potete solo osservarlo. Questo mondo va preservato nell’interesse di tutti. Non rileggerò questa riflessione scritta anche se il correttore automatico mi da molte righe rosse… semplicemente perché vi arriverà proprio come l’ho rivissuta a mente fredda ma con ancora dentro l’entusiasmo e il bellissimo ricordo che come dice il saggio Angelo va preservato e gustato il più a lungo possibile. I verbi mal coniugati e la grammatica errata perdonatela ma accettate il mio ringraziamento per aver condiviso con me un momento così magico.

Sharkhunter (Giublo) da: Carpire attimi che solo li e in quel momento potevano esserlo.

RACCONTO DI PIETRO MISSORINI  Supergiovane@missorini.it

Era il lontano 1986. Era una domenica grigia di un ottobre inoltrato. La spiaggia di S.Fruttuoso era battuta da una finissima pioggia e il mare sembrava una lastra di piombo. Intorno nessuno, solo Marco, il mio compagno delle prime immersioni. Il traghetto che ci aveva portato era ormai lontano e il silenzio regnava nuovamente. Tutto quello che sapevo di S.Fruttuoso era che tutti i sub lo consideravano il miglior posto per le immersioni in Liguria, che periodicamente un piccolo traghetto lo metteva in comunicazione con Camogli e che si poteva vedere il corallo. Mentre montavo gli erogatori sul mio bibombola, ripensavo a tutto quanto avevo imparato nel corso ARA terminato da una manciata di settimane. Quando tutto fu pronto con Marco facemmo quello che anni dopo scoprii dovesse chiamarsi "breefing". Poche parole ma indispensabili: "Partiamo dalla spiaggia, ci teniamo sulla sinistra e ai 100 torniamo indietro". L'emozione era massima. Cosa avremmo visto? Dove saremmo finiti? Mi avevano parlato di cigliate meravigliose, grotte e spaccate, ma mentre nuotavo rasente al fondo, tutto quello che vedevo era un monotono ciottolato grigioverde in un mare che permetteva una decina di metri di visibilità. Poi un miracolo. Da tutto questo colore uniforme vedevo dinanzi a me un'ombra scura che via via si delineava sempre di più ad ogni pinneggiata, fino ad apparirmi in tutta la sua maestà. Inconsapevolmente, mi trovavo inginocchiato sul fondo del mare, di fronte a un Cristo che guardava verso la superficie e riconoscevo la statua che avevo visto da bambino su qualche rotocalco. Accanto al basamento vi era una corona di fiori e una targa di piombo lasciata a ricordo di un sub mancato in mare. Sentivo un nodo allo stomaco e un dolore sordo per quella vita perduta in mare e ricordata con semplicità dagli amici. Sentivo gli occhi allagarsi di lacrime per la commozione e il bisogno di pregare farsi spaventosamente potente. Intorno a me solo un grigio luminoso e un silenzio irreale rotto solo dal gorgogliare regolare dell'erogatore. Un giorno di autunno del 1986 ero sul fondo del mare a ringraziare Dio della Vita, del Mare, dell'Amicizia e dell'avermi donato una così grande emozione.

Misso

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Ultimo aggiornamento: 11-06-03